Era
quasi sempre di venerdì, che mi madre preparava l’insalata. In
genere non c’era quasi mai un contorno durante il resto della settimana,
e specialmente a pranzo ci limitavamo a mangiare un primo o un secondo. Soltanto
io e lei, dal momento che mio padre spesso pranzava alla mensa aziendale. Soltanto
io e lei, solitari e silenziosi, simili anche nell’aspetto oltre che nel
modo di pensare. Forse è per questo che non accettavo alcuni lati del
suo carattere : erano anche i miei lati peggiori, e per questo tendevo ad assalirla
ogni volta che potevo, nel tentativo di reprimere i suoi eccessi emozionali
che del resto erano anche i miei. O almeno, questo è quello che sostengono
gli psicologi del carcere.
Una volta, era di venerdì, mi sedetti come al solito al tavolo già
apparecchiato per due. Attesi qualche minuto giocherellando con le posate, poi
mia madre arrivò in sala da pranzo reggendo con le mani una pentola e
un grosso contenitore di plastica gialla. Era una di quelle rare volte in cui
si era cambiata d’abito una volta tornata dal lavoro, e aveva indossato
un vecchio vestito a fiori probabilmente appartenuto a mia nonna. Mia madre
sfoggiava un sorriso ingenuo e pieno di aspettative, ma di questo me ne accorsi
solo quando era già troppo tardi. Non appena ebbe poggiato sul tavolo
entrambe le cose, sussultai guardando cosa c’era nel grande contenitore
giallo senza curarmi affatto della pasta nella pentola.
Zucchine crude a rondelle, nell’insalata verde. La guardai interrogativamente,
poi con la forchetta e il cucchiaio presi un paio d’etti di insalata facendo
ben attenzione a recuperare, con lo stesso gesto, quante più zucchine
mi fosse possibile prendere. Sono sicuro che durante queste mie operazioni lei
mi stesse guardando felice, nell’attesa di un mio parere.
Con estrema calma scansai con la forchetta tutte le zucchine e cominciai stancamente
a mangiare l’insalata, riuscendo ad emettere un brontolio sordo quasi
costante di modo che tutto il pranzo risultò ancora più pesante,
triste e terribilmente grottesco del solito.
Il sorriso di mia madre si trasformò rapidamente in un’espressione
vuota, poi d’un tratto si alzò dalla sedia e correndo per le scale
arrivò a chiudersi in camera singhiozzando.
Qualche minuto dopo ne uscì indossando il solito vestito, quello che
usava per andare al lavoro, con gli occhi rossi di pianto, quasi scimmieschi.
Scese le scale, aprì il portone e si sedette sulle scale del pianerottolo.
Non prestai attenzione alle sue azioni, e continuai a scartare le zucchine non
toccando neppure la pasta nella pentola, poi accesi la televisione. Passai l’intero
pomeriggio così, senza curarmi del suo atteggiamento ancora più
apatico del solito, quasi felice della reazione che in lei avevo provocato.
È stato allora che mia madre è morta. È stato allora. L’incendio
di stanotte agente, bhe, è stata solo una conferma. Ispettore, lei ha
figli?